“My personal Covid”, viaggio nel virus. Il libro testimonianza di Luigi Carletti

2021-08-04T15:54:49+00:00 4 Agosto 2021|Primo Piano|
di Giancarlo Liviano D'Arcangelo

Una testimonianza personale, ma al tempo stesso di grande interesse collettivo: “My personal Covid. Il mio viaggio (e ritorno) nell’inferno del virus” è l’opera attraverso cui Luigi Carletti, direttore responsabile di Donatorih24 e presidente di Typimedia, racconta ai lettori cosa significa entrare nel limbo del Covid-19, malattia quanto mai ostica e subdola.

Se il senso dei libri, e del racconto letterario, è portare i lettori in territori misconosciuti per far sì che ciascuna esperienza possa riproporsi nell’immaginario di chi legge come se fosse stata vissuta personalmente – che si tratti di avventure e fascinazioni o di cadute nell’abisso – il lavoro di Carletti riesce completamente nel suo intento.

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La copertina del libro “My personal Covid”

È un racconto caldo, scandito da una doppia ritmica: c’è il ritmo narrativo, che momento dopo momento si sofferma sull’arco evolutivo della malattia (prima) e della guarigione (poi), con una lingua chirurgica che proprio grazie alla sua esattezza tecnica trasporta il lettore nel purgatorio ospedaliero; e poi c’è il ritmo emotivo, che procede come una nave solida e oscilla tra le mille sensazioni che ciascuno di noi ha provato di fronte a un peggioramento pericoloso della propria salute: incertezza, incredulità, capacità di adattamento, autocritica, paura, voglia di reagire, ricerca ossessiva delle proprie energie interiori, che siano fisiche, o psichiche.

In My personal Covid, l’evoluzione della malattia raccontata dall’autore potrebbe essere quello di chiunque. Un contagio sul luogo di lavoro, inaspettato poiché concretizzatosi nell’assoluta osservazione delle regole e dei protocolli convenzionali; la scoperta che sì, quella positività che ci sembrava possa colpire chiunque ma non noi ci ha colto di sorpresa; la speranza che la malattia si manifesti in forma leggera, in modo che sia archiviata al più presto come un brutto ricordo e che la salute dei propri familiari non sia mai messa a rischio.

E infine la verità delle sensazioni corporee, sempre più negative, fino alla scelta salvifica: passare dal protocollo di cure casalinghe e dalla “vigile attesa”, al ricovero ospedaliero. Una scelta, che almeno nel caso di Carletti, ha significato, con ogni probabilità, la differenza tra la vita e la morte.

Proprio su questo aspetto controverso, sulle sliding doors che per qualsiasi contagiato con sintomi si aprono e si chiudono di continuo in quel tempo sospeso e privo di veri riferimenti che è il periodo d’incubazione della malattia, il libro di Carletti si trasforma da testimonianza personale a racconto civile.

Il giornalista scrittore riconosce tutti i limiti dell’approccio governativo ed entra a gamba tesa: per quanti pazienti il criterio della “vigile attesa” si è rilevato una vera e propria condanna a morte? Come può essere utile o significativo un approccio medico che nel momento chiave per determinare i destini dei pazienti, trasferisce tutte le responsabilità del sistema sanitario sui medici di base che visitano attraverso il telefono?

Che efficacia sul piano della tempestività d’azione possono avere gli interventi degli Uscar, le cosiddette Unità speciali per le cure a domicilio, che un po’ frettolosamente e senza troppa esperienza dispensano consigli troppo generici? Cosa succede a chi la scelta del ricovero la prende un attimo dopo il limite?

La verità, spiega Carletti, è che ogni paziente si trova a dover fronteggiare un Covid-19 personalizzato, che come un abito si cuce addosso alle caratteristiche fisiche di ciascun ospite. Proprio per questo anche le cure devono essere “sartoriali”, cioè tagliate su misura. Non servono protocolli generici. Non esiste una cura standard valida per tutti.

Verità quest’ultima, che conoscono molto bene al Policlinico Umberto I di Roma e al reparto Malattie Infettive diretto dal professor Claudio Mastroianni, dove Carletti decide, in autonomia, di ricoverarsi.

Sono intense e commoventi le pagine che conducono il lettore a un limite che l’autore definisce “un’esperienza molto formativa”, il frangente cioè in cui si combatte per la propria vita, in un susseguirsi di eventi di quotidianità vera che tuttavia posseggono la tensione narrativa di un thriller. L’attenzione spasmodica ai valori espressi dal saturimetro, il verdetto del “professor Ega”, l’emogas, l’esame che con il suo responso testimonia nel modo più preciso possibile la vera condizione del paziente.

E poi l’avventura drammatica del casco per l’ossigenazione, che può rivelarsi al tempo stesso salvifica o il preludio verso uno stadio testamentario dell’esperienza del malato, quello della terapia intensiva. Lo stadio liminale, temuto nel profondo, anche per il suo valore simbolico: la discesa a un piano più basso, verso il sonno da cui c’è il rischio di non risvegliarsi.

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Luigi Carletti, direttore di Donatorih24

Nel viaggio di Carletti, il biglietto di ritorno era compreso, ma l’esperienza è stata di quelle che non si dimenticano. Ecco perché, a lucidità ritrovata il pensiero non può che volgere all’attualità, e allo scontro, trattato in modo schizoide sui media mainstream, tra fautori del vaccino e coloro che li avversano.

Più che mai dopo aver vissuto in prima persona la malattia, spiega Carletti, le posizioni complottiste fanno soffrire, istigano a “procurarsi un lanciafiamme”, fanno venire una fitta al cuore.

È assurdo negare l’esistenza del Covid-19 e far ricorso, più per motivi identitari o di infantile posizionamento sociale, a tesi bislacche in grado di oscurare e mettere in secondo piano anche le ragioni sacrosante e comprensibili di coloro i quali, su base scientifica, fanno notare gli aspetti più controversi della verità ufficiale.

Non bisogna dunque abbassare la guardia e smettere di essere lucidi, e mancare di far notare, per esempio, quello che è accaduto nella sanità pubblica negli ultimi trent’anni, con 175mila posti letto in meno e una riduzione copiosa delle terapie intensive. O mancare di sottolineare quanto si sono dovuti adattare gli ospedali alla nuova situazione pandemica, sospendendo, in molti casi, le normali attività sulle altre patologie che di certo non hanno mai mollato la presa sui pazienti.

“Ho la sensazione che molte vittime si sarebbero potute evitare” scrive Carletti nella sua introduzione. Ed è proprio a tutti coloro i quali non ci sono più e potevano essere salvati, che oggi dobbiamo, proprio come fa l’autore,  il grado più alto di verità possibile.