Plasma iperimmune, il nuovo studio
“Bassa probabilità di miglioramento”

2021-10-13T15:12:12+00:00 13 Ottobre 2021|Ricerca|
di Sergio Campofiorito

Se in Italia, a parte pochi scienziati che continuano gli studi, il plasma iperimmune è stato accantonato come arma nella lotta al Covid-19, all’estero continuano a verificarne l’eventuale efficacia nella cura al virus che ha stravolto le nostre vite.

L’ultimo studio in ordine di tempo (ma presto potrebbe già essere il penultimo) è quello pubblicato da Jama e ha coinvolto 2.011 persone con età media di 61 anni colpite da una forma grave di Covid. La domanda del trial clinico era: “Due unità di plasma compatibile con i gruppi sanguigni A, B e 0, somministrate a pazienti critici affetti da Covid-19, migliorano lo stato del paziente?”. La risposta è stata negativa, pur, è scritto nelle risultanze, non definitiva in quanto diverse variabili potrebbero influenzare i test.

1.990 pazienti (il 99%) hanno completato lo studio, a loro è stato somministrato, in modo random, plasma convalescente (quindi raccolto da soggetti donatori che sono guariti dall’infezione, contenente anticorpi contro il Covid) e plasma non convalescente. Il tasso di mortalità in ospedale è stato del 37.3% (401 su 1.075) per il gruppo plasma convalescente, e del 38.4% (347 su 904) per il gruppo plasma non convalescente, mentre eventi avversi gravi sono stati riscontrati nel 3.0% (32 su 1075) dei partecipanti al gruppo plasma convalescente e nell’1.3% (12 su 905) dei partecipanti al gruppo plasma non convalescente.

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Cesare Perotti, Direttore del Servizio di Immunologia e Medicina Trasfusionale del San Matteo – foto torres

In base ai dati, le conclusioni dello studio sono state che tra gli adulti in condizioni critiche da Covid-19, il trattamento con due unità di plasma convalescente aveva una bassa probabilità di fornire un miglioramento nelle condizioni del paziente.

Gli scienziati non sanno dare una risposta definitiva sul perché il plasma iperimmune non dia risultati. Tra le ipotesi, c’è quella che i pazienti presi in esame erano in condizioni troppo critiche, oppure che il plasma iperimmune aveva pochi anticorpi “di qualità”.

Ipotesi suffragate anche da studi italiani: secondo il professor Cesare Perotti, direttore del Servizio Immunotrasfusionale del Policlinico San Matteo di Pavia, “il plasma deve essere altamente qualificato – ha spiegato lo scorso maggio a DonatoriH24 -, deve quindi contenere elevati anticorpi neutralizzanti ottenuti dal convalescente, e deve essere somministrato per tempo. Qualità e precocità sono le due condizioni affinché la terapia funzioni”.

Altro fattore, secondo Perotti, legato all’efficacia della cura è quello della provenienza geografica del plasma: “Se un soggetto si ammala del virus in un luogo ed è capace di guarire vuol dire che ha risposto immunologicamente proprio a quel virus e in quella regione, producendo anticorpi efficaci per quel luogo. Non è detto che gli stessi anticorpi, prodotti da un soggetto guarito in Lombardia, abbiano la stessa validità contro una variante esistente in Sud Africa o in Brasile”.