World Blood Donor Day 2021
Lo sguardo scientifico sul sistema

2021-06-18T15:47:39+00:00 18 Giugno 2021|Attualità|
di Valerio Valeri e Sergio Campofiorito

Durante l’evento istituzionale di lunedì 14 giugno, nel quale il l World Blood Donor Day 2021 è stato trasmesso per la prima volta in streaming in tutto il mondo, sono emersi i principali obiettivi di sistema per il futuro: sicurezza e accesso facilitato agli emoderivati per tutti, non solo nei paesi ad altro reddito ma anche in quelli in via di sviluppo.

La giornata successiva, con l’evento del 15 giugno, è stata invece dedicata al simposio scientifico, una parentesi di grande importanza perché in questo incontro c’è stata l’occasione di addentrarsi nei temi più urgenti del mondo trasfusionale, e parlare di obiettivi e criticità.

La discussione è stata introdotta da Lorenzo Montrasio, membro del consiglio d’Europa, che ha spiegato la convenzione di Oviedo, baricentro per le implicazioni etiche di un gesto come il dono: “È una convenzione internazionale per difendere i diritti umani sulla biologia e sulla biomedicina. Tra i suoi punti cardine c’è la parità di accesso alla sanità, la proibizione di proibizione di guadagno economico su parti del corpo umano, quindi compreso il sangue. Il corpo umano non deve essere strumento di mercificazione. La convenzione promuove una donazione altruista per mantenere un sistema di donazioni nel quale avere fiducia”.

Vincenzo De Angelis, direttore del Centro nazionale sangue, ha ribadito questa centralità del fattore etico: “Non ci deve essere alcuna ricompensa nei confronti di chi dona il sangue e il pagamento è vietato per chi lo riceve. In Italia, nel 2020, ci sono stati 1 milione e 600 mila donatori, la maggior parte appartenenti alla fascia d’età 46-55 anni, solo il 33% del totale sono donne. Abbiamo fornito una componente ematica trasfusa ogni nove secondi. Grazie a queste persone stupende, l’Italia ha un buon livello di autosufficienza, il livello di raccolta è maggiore rispetto a quanto viene utilizzato. Dobbiamo comunque fare in modo che il cuore continui a battere, sempre”.

Il direttore del Cns Vincenzo de Angelis

La prima parte del simposio si è conclusa con le dichiarazioni di Yuyun Maryuningsih, responsabile dell’Organizzazione mondiale della Sanità: “Tra gli stati membri, soltanto l’80% del sangue donato è stato testato nei paesi a basso e medio reddito ed è stato anche riscontrato un uso limitato delle componenti ematiche. Come obiettivi, l’Oms considera di primaria importanza di dotare il sistema di strutture di donazione ben funzionanti e ben coordinate, e integrarle nei sistemi sanitari nazionali. È essenziale, inoltre, raggiungere il 100% di protezione dei donatori”.

Dopo una pausa, la parola è passata a Cynthia So, specializzata in ematologia e medicina di trasfusione: “All’inizio della pandemia c’erano molte domande in attesa di risposta, come per esempio quando usare il plasma convalescente, a chi darlo, cosa fare con gli immunocompromessi, le caratteristiche dei prodotti, i titoli per quanto riguarda gli anticorpi neutralizzanti. Un gruppo di ricercatori della Cochrane Library provenienti da Australia, Regno Unito, Germania e Paesi Bassi ha svolto una ricerca durante la pandemia e ogni volta che venivano trovate nuove evidenze aggiornavano il loro sistema, siamo oggi arrivati alla quarta revisione. Sono stati realizzati tredici studi con quasi 50.000 partecipanti. Tutti tranne uno di questi studi hanno incluso partecipanti con Covid-19 con sintomi da moderati a severi. Ricerche svolte per lo più in ospedali di vari Paesi. La conclusione alla quale si è arrivati al momento è che il plasma convalescente non ha alcun beneficio su pazienti con Covid-19 da moderato a grave, ma non si ha certezza circa gli effetti per persone con Covid-19 moderato o senza sintomi. Ci sono stati pazienti immunocompromessi senza anticorpi da Covid-19 che potrebbero avere buoni risultati. Sono circa 130 gli studi non ancora pubblicati, siamo quindi in attesa di nuove evidenze scientifiche. Su 17 pazienti immunocompromessi trattati con plasma convalescente, uno solo non ha avuto miglioramenti dei sintomi clinici. Per quanto riguarda l’immunoglobulina iperimmune e gli effetti su pazienti con Covid-19,  abbiamo bisogno di nuove evidenze. Ci sono 86 pazienti sotto osservazione. Sarà interessante vedere i risultati di questo studio e di altri, speriamo di riuscirci entro il 2021. Si può dire che una lezione importante è stata imparata, cioè che bisogna confrontarsi, collaborare, condividere risultati per mettere il mondo in sicurezza”.

Il tema pandemia, naturalmente, è stato affrontato con attenzione: Michel Lozano, dell’Università di Barcellona – dipartimento di Emoterapia ed emostasi, ha spiegato: E’ sorprendente che un virus respiratorio sia stato capace di arrecare una pandemia del genere, una sorpresa che ci ha trovati senza strumenti per farne fronte. All’inizio quindi abbiamo cercato di usare prodotti terapeutici, dagli antivirali agli antimalarici, provando con quelli che ritenevamo essere un buon approccio e somministrare plasma convalescente a chi aveva sintomi severi da Covid-19. In particolare abbiamo tentato di realizzare uno studio sul plasma convalescente nei paesi a medio-basso reddito. L’identificazione dei donatori in questi Paesi è stata un sfida per la difficoltà di accedere alle banche dati e la difficoltà nel reclutamento dei donatori, dato il modello volontario e non remunerato che è poco presente. C’è una limitata adeguatezza dei donatori e le donne spesso vengono escluse dalla donazione. C’è un accesso limitato alle tecnologie. In conclusione, possiamo dire che il plasma convalescente è stata una delle prime terapie anti Covid-19, il reclutamento e identificazione dei donatori per far fronte alla domanda è stata un’enorme sfida, ancor maggiore per i paesi a medio-basso reddito”.

Ma come far fronte alle necessità stringenti di reclutamento, in un mondo complicato dalla sovrapposizione di messaggi?

Junping Yu, all’Oms si occupa delle problematiche legate al reclutamento di donatori di sangue: “Quello dei donatori è un ruolo cruciale nel garantire un sostegno agli altri, mentre da parte delle organizzazioni è fondamentale garantire la sicurezza del plasma e di tutti gli emoderivati. Sulle strategie di reclutamento, l’Oms ha avviato una serie di collaborazioni con diverse organizzazioni a vario livello. È fondamentale che ci sia formazione, che un Paese venga mobilitato per la conoscenza e la sensibilizzazione dei donatori. I paesi devono mettere in campo programmi di reclutamento dei donatori e illustrare le prassi per farlo e per mantenere questi donatori attivi. In tal senso sono state individuate quattro strategie principali:

  • Impegno da parte del Governo e sostegno della società, aumentando la sensibilizzazione e incoraggiando la comunità a donare il sangue. Tutto questo si fa tramite ricerche, sondaggi e una revisione di quelli che sono gli approcci esistenti. Bisogna lavorare con le associazioni locali, massimizzare l’impatto degli eventi nazionali e internazionali., come per esempio il World Blood Donor Day;
  • Promozione della cultura della donazione volontaria di sangue e comprensione degli ostacoli all’incremento dei donatori;
  • Mantenere una base sicura di donatori: educare, motivare e reclutare nuovi donatori, mobilitare i giovani, coinvolgere i donatori nei diversi Paesi e riconoscere pubblicamente il loro impegno volontario e gratuito;
  • Fornire un servizio di qualità ai donatori: la donazione deve trasformarsi in un’esperienza sicura e piacevole, che dia soddisfazione al donatore. Vanno stabiliti degli standard adeguati per valutare tutte le fasi della donazione. Bisogna istituire tali attività nei Paesi dove non esiste un sistema di donazione strutturato.

Tutte le strategie di reclutamento dei donatori devono coinvolgere anche le tecnologie informatiche, questa è una cosa che l’OMS ha ribadito più volte. Trovare modi creativi per attrarre donatori. Lo smartphone può essere di grande utilità da questo punto di vista. Al contempo dobbiamo realizzare ulteriori studi sull’argomento”.

Gianfranco Massaro, presidente della Fiods e membro dell’Avis Molise, ha chiuso il simposio con un lungo intervento, portando all’attenzione dei partecipanti collegati da tutto il mondo alcuni esempi di fidelizzazione dei donatori, in particolare in paesi del mondo in via di sviluppo o addirittura non ancora sviluppati, in Sud America e in Africa. Prima, però, ha fatto un breve excursus sulla Federazione Internazionale delle Organizzazioni dei Donatori di Sangue: “La Fiods nasce nel 1955 in Lussemburgo e si organizza tramite una assemblea generale, un consiglio esecutivo, una fondazione di solidarietà, un comitato internazionale della gioventù, un consiglio medico, delegati continentali e ovviamente una commissione di controllo. Quattro sono i principali partner della Fiods: l’Oms, la Federazione Internazionale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, la Società Internazionale di Trasfusione del Sangue e l’Associazione Internazionale del Plasma frazionato. Diciannove i pasi europei affiliati, oltre al Canada e gli Stati Uniti e 14 paesi in America Latina, 10 paesi in Asia e 15 paesi in Africa. La Fiods è iscritta al dipartimento affari economici e sociali dell’Onu e alla Conferenza del Consiglio d’Europa e delle Ong. Trentatrè milioni di unità di sangue raccolte nel mondo, 27 milioni di volontari donatori. Ci rincresce che ci siano, purtroppo, circa 1.000.000 di donatori retribuiti”.  

Il consigliere di Avis Molise e presidente della Fiods, Gianfranco Massaro

“Non è facile far crescere un’organizzazione sulla base della gratuità, l’impegno sociale e la solidarietà – ha poi proseguito Massaro – . Le differenze culturali, di tradizioni e sociali possono rendere impossibile trapiantare ideali e modalità operative di Paese in Paese. In Bolivia però siamo riusciti a creare il progetto ‘Dar Sangre es dar vida’, da cui si è costituita l’associazione boliviana donatori di sangue, con Fiods e Avis in prima linea. In Bolivia abbiamo istituito la figura del Promotore, ovvero una figura professionale che aiuta il donatore, accogliendolo e facendogli compilare il questionario e gli altri documenti necessari prima della donazione. Questo significa che è necessaria una stretta cooperazione con la struttura pubblica del Banco de Sangre che deve riconoscere questa attività di accoglienza. Inoltre l’associazione boliviana ha deciso di identificare ed evidenziare il donatore, facendogli indossare un giubbino rosso che gli concede un accesso preferenziale e rapido alla donazione. Piccoli gesti che aiutano alla fidelizzazione del donatore e il risultato è che nel tempo sono aumentati i donatori periodici che si iscrivono all’associazione. Importante è la presenza di volontari formati che vanno nei luoghi di aggregazione dei giovani, come scuole università palestre. Una presenza costante che ha dato i suoi frutti e in 3 anni ha permesso l’iscrizione di 6.000 donatori”.

Nel 2018/19 – racconta inoltre il presidente della Fiods – è stato portato avanti un progetto finanziato con 600.000 euro dal governo italiano, con il Centro Nazionale Sangue, la Fiods e l’Avis in prima linea, in Paesi come El Salvador e Guatemala, dove non esistevano associazioni di volontariato. Le abbiamo create, formando i donatori. Poi c’è stato un periodo di formazione e crescita, con i volontari che sono venuti in Italia insieme a infermieri, medici e tecnici che hanno potuto vedere come qui funzionano le cose. Si sono create due associazioni nazionali che prima non c’erano e abbiamo donato loro materiale come saldatori e frigoriferi. In alcuni Paesi che ho visitato in America Latina e Africa, con un frigorifero portatile da 200 euro si aumenta del 10% la donazione di sangue”.

Infine, Massaro ha raccontato di un ambizioso progetto iniziato nel 2015 in Burkina Faso: “Abbiamo formato alcuni partner e organizzato diverse attività con l’obiettivo di reclutare donatori: 4 spettacoli teatrali nella capitale, stand nella galleria commerciale della festival del cinema, un tour sub regionale organizzato dalla Safe Blood for Africa Foundation, partecipato a un workshop sull’inventario delle azioni di comunicazione per la lotta all’Hiv. Dal 2015 al 2018 questa attività di sensibilizzazione ha fatto aumentare di 16.000 unità le sacche di sangue donate”.

Ma Massaro lancia anche un monito: “Reclutare continuamente donatori senza una politica di fidelizzazione sarebbe come ricominciare da zero ogni volta”. E in Africa le difficoltà sono molteplici, ancor più accentuate che in altri Paesi: “Purtroppo in Africa è spesso difficile rintracciare i donatori ad un indirizzo preciso in caso di necessità e meno del 5% della popolazione ha un telefono o un indirizzo postale. Marcano i mezzi di trasporto e il costo della vita è alto”.

Cosa fare, dunque, per superare questi problemi? “Promuovere la donazione di sangue, reclutare donatori, un’azione efficace ma perfezionabile in termini di formazione dei partner nella donazione del sangue e nella comunicazione coi media. Per questo nel 2015 abbiamo coinvolto nella formazione i docenti di licei e istituti superiori”.

E’ chiaro, infine, che le raccolte mobili siano la soluzione: “Il 58% delle sacche di sangue raccolte nel 2018 proveniva dalla raccolta mobile – conclude Massaro – . Questo perché il costo del petrolio, il costo della vita e la mancanza di mezzi di trasporto rende impossibile lo spostamento di molti donatori verso i centri nazionali di trasfusione di sangue”.