Il plasma iperimmune nel protocollo di Lodi. Ecco le parole del dottor Cambiè

2021-03-18T12:08:44+00:00 17 Marzo 2021|Primo Piano|
plasma iperimmune di Laura Ghiandoni

Come usare il plasma iperimmune sui pazienti affetti da Covid-19 è il grande quesito che si pone parte della comunità scientifica e dell’opinione pubblica da circa un anno di epidemia.

La risposta dovrebbe arrivare grazie allo studio randomizzato nazionale Tsunami, i cui risultati della prima fase attendono ormai da alcuni mesi la verifica dell’Istituto superiore di Sanità.

E mentre oggi la terza ondata epidemica avanza – e l’attesa di una conferma scientifica per una terapia considerata a tutti gli effetti “emergenziale” è logorante – il plasma iperimmune viene raccolto tutti i giorni in tanti centri trasfusionali e utilizzato sui pazienti come terapia per uso compassionevole in relazioni ad altre sperimentazioni in corso.

Tra i tanti progetti stimolanti, vale la pena riportare sotto i riflettori lo studio condotto dal dottor Giuseppe Cambiè, responsabile del servizio trasfusionale dell’Azienda socio sanitaria territoriale di Lodi.

DonatoriH24 ne ha parlato circa un anno fa perché il protocollo del dottor Cambiè non solo è stato tra i primi a partire diventando punto di riferimento nella prima area rossa lombarda considerata focolaio Covid-19, ma soprattutto per aver tempestivamente coinvolto le associazioni di donatori di sangue nel progetto, incaricandoli di fungere da soggetto trainante della sperimentazione.

Dottor Giuseppe Cambiè

Dottor Cambiè, DonatoriH24 ha già raccontato la sperimentazione che ha reso i donatori di sangue protagonisti durante la prima fase dell’epidemia in Lombardia. Come sono continuati i lavori?

Nella prima fase dello studio abbiamo sottoposto a screening tutti i donatori di sangue dell’area considerata zona rossa. Abbiamo iniziato con 1700 persone delle quali circa il 20 per cento ha dimostrato di aver sviluppato gli anticorpi anti-Covid. Durante l’ultimo anno abbiamo chiesto a tutti di donare il plasma in aferesi. Molti lo hanno donato anche più volte.

La vostra ricetta di raccolta è replicabile in altre zone?

Quando c’è un focolaio, intensificando lo screening dei donatori di sangue in quella precisa area, le percentuali di donatori con presenza di anticorpi anti-Covid-19 possono crescere molto. È un’operazione da compiere su un’area circoscritta che va effettuata con intelligenza scegliendo a monte la popolazione target su cui concentrarsi.

Riguardo le nuove varianti Covid-19 cosa sa dirci?

Anche in questo caso il donatore periodico svolge un ruolo di primo piano. Diventa la cartina tornasole della variante di Covid-19 diffusa sul territorio in quel momento, perché la risposta anticorpale dovrebbe corrispondere. Oggi che si parla tanto di varianti il plasma iperimmune è una terapia da tenere presente.

Quali sono i vantaggi e gli svantaggi della raccolta di plasma iperimmune da donatore di sangue?

I donatori periodici sono monitorati per la buona salute e l’idoneità. Nella stragrande maggioranza dei casi non pongono problemi sulla questione della sicurezza. Lo svantaggio è stato che solo un terzo dei donatori di sangue positivi allo screening sierologico aveva un titolo anticorpale medio-alto e due terzi dei donatori invece avevano un titolo anticorpale più basso.

Quali sono i vantaggi e gli svantaggi se il siero arriva solo da pazienti ospedalizzati guariti?

Il vantaggio della donazione da paziente è che, secondo la nostra esperienza, in due terzi dei pazienti convalescenti il titolo anticorpale era medio-alto e solo un terzo dei pazienti aveva nel sangue una concentrazione medio-bassa di anticorpi. Lo svantaggio è che i pazienti anziani spesso hanno altre patologie e assumono farmaci quindi non sono sempre idonei alla donazione.

I donatori potrebbero essere il gruppo preferenziale per la donazione di plasma iperimmune?

La popolazione dei donatori è la più ampia dopo quella dei pazienti e abbiamo la disponibilità di milioni di soggetti oggi in Italia, se si calcola che abbiamo una percentuale di persone che sono venuti a contatto con il virus di oltre il 10 per cento. Già oggi centinaia di migliaia di donatori di sangue hanno sviluppato gli anticorpi.

Com’è andata la sperimentazione sui pazienti nell’ultimo anno d’epidemia?

Si è passati da periodi di intensa attività legata alle ondate di coronavirus, a momenti in cui non erano presenti sufficienti pazienti in reparto per continuare la sperimentazione. In alcuni periodi il lavoro è rallentato.

Nel marzo dell’anno scorso non si parlava ancora del titolo anticorpale come elemento determinante della capacità terapeutica del plasma iperimmune. Il vostro studio in questo senso come si pone?

La sperimentazione mira a identificare qual è la concentrazione minima di anticorpi che risulta efficace per il trattamento dei pazienti. Il titolo anticorpale del plasma raccolto all’interno della sperimentazione di Lodi è di vario tipo e i pazienti che vengono trasfusi oggi ricevono plasma ad alta e bassa titolazione in maniera casuale secondo lo studio, che è randomizzato.