Plasma, risorsa strategica da tutelare
Se n’è discusso al convegno Iss-Fiods
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2018-06-22T20:20:09+00:00 17 Giugno 2018|Attualità|

C’è sempre più bisogno di plasma da lavorare per produrre farmaci plasmaderivati in modo da curare le malattie del sangue. La strada per arrivare a una maggiore raccolta, e all’autosufficienza, è tutta in salita. Tante sono le strategie presentate nella sede dell’Istituto superiore di sanità, a Roma, durante il convegno organizzato oggi dal Centro nazionale sangue “Esserci per qualcun altro. Dona il plasma Condividi la vita”.

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DONAZIONI A PAGAMENTO

Tante strategie, tutte valide ma quando dagli Stati uniti sono arrivate in video conferenza le parole dello studioso Patrick Robert, in sala c’è stato il gelo. “Le donazioni a pagamento non devono essere più un tabù. Si tratta di un discorso e una controversia superati dai fatti. Ci sono modi diversi per ringraziare i donatori. In molti Paesi europei c’è il concetto che non si deve usare denaro per le donazioni. Negli Usa i donatori vengono ringraziati anche con i soldi. Ai pazienti non interessa se il plasma e il sangue vengono pagati o offerti gratis ma che il plasmaderivato sia sicuro. In Germania il donatore viene pagato 25 euro ma se non vuole soldi il compenso va in beneficenza”.

Sulle donazioni a pagamento, il presidente del Centro nazionale sangue (che ha organizzato il convengo insieme con Fiods) è categorico: “Siamo contrari e una proposta del genere farebbe venire meno – ha detto Giancarlo Maria Liumbruno – i valori fondanti del sistema della donazione”. Dello stesso tono le dichiarazioni fatte a margine del convegno a Donatorih24 di Sergio Ballestracci, presidente nazionale Fratres: “siamo convinti che la donazione debba restare gratuita e non ci muoveremo da questa convinzione”.

SERVIRANNO 75MILA TONNELLATE DI PLASMA

Nel mondo saranno necessario nel 2024 75mila tonnellate di plasma l’anno, ma ancora non si possono considerare come consumatori di plasma Paesi emergenti come Cina e India, e in via di sviluppo come quelli africani. In futuro la richiesta potrebbe quindi essere molto  maggiore.

DIALOGO E CONDIVISIONE – DIFESA DEL SISTEMA ITALIA

Le Marche hanno scelto la strada della condivisone con le altre regioni, il dialogo con le associazioni e una sempre più raffinata organizzazione. “Il pilastro fondamentale di ogni discorso sono i nostri 57mila donatori – sostiene Giovanna Salvoni, responsabile del Centro regionale sangue e responsabile del Laboratorio regionale centralizzato della medicina trasfusionale dell’azienda degli ospedali Riuniti di Ancona -. Ora siamo autosufficienti ma abbiamo percorso una lunga e difficile strada per arrivare a questo risultato. Oggi possiamo dire con orgoglio che siamo la prima regione italiana per donazione di plasma con 21,8 chili per mille abitanti. Insieme allo sforzo dei donatori, abbiamo aggiunto la compensazione con le altre regioni alle quali abbiamo ceduto albumina e fattore VIII ricevendo in cambio le immunoglobuline. Fondamentale resta il dialogo tra la Regione e le associazioni territoriali. Tutti insieme partecipiamo alle decisioni e alle strategie per raccogliere più sangue e aumentare i donatori”.

Cerca sinergie organizzative l’Abruzzo e Pasquale Colamartino, responsabile del Centro regionale sangue abruzzese ha spiegato che “l’efficienza e la sostenibilità della raccolta di plasma è un tema rilevante per quanto riguarda l’autosufficienza in termini di plasmaderivati in Italia. La situazione nazionale registra tuttavia una estrema variabilità dei sistemi regionali: è chiaro che se la tendenza è quella della riduzione del plasma, i modelli organizzativi vanno rivisti e lo dobbiamo fare con sperimentazioni gestionali locali che possano diventare poi un cammino virtuoso a livello nazionale. Dobbiamo difendere il nostro sistema e lavorare in sinergia”.

UN DIBATTITO ACCESO E COSTRUTTIVO – PUNTARE ALL’INDIPENDENZA

Altri punti cruciali del dibattito della mattinata sono stati relativi al plasma in quanto materia strategica per le nazioni, anche dal punto di vista economico e della gestione pubblica o privata del plasma.

“Dobbiamo dare ai pazienti prodotti sicuri, tutti forniti attraverso metodologie gratuite – ha spiegato Paul Strengers, executive director of the international plasma and fractionation association olandese. E ha aggiunto: “sappiamo che quando entrano nel meccanismo delle realtà private gli interessi si spostano al profitto. Dobbiamo incoraggiare la produzione di plasma a livello locale. Sappiate che il plasma è una materia soggetta a un rischio elevato di sospensione della fornitura: se la vostra nazione si trovasse senza plasma, dovrebbe acquistarlo dall’estero. Quindi se non avrete plasma la vostra economia ne risentirà. Oggi il 4,5% della popolazione mondiale, concentrata negli Stati Uniti, fornisce più del 60% della raccolta plasma internazionale. Ringraziamo tali donatori, ma puntate all’indipendenza”.

PLASMA, UN AFFARE DA DECINE DI MILIARDI DI DOLLARI

Prima di lui Albert Farruggia, ajunct professor school of surgery university of west Australia e senior advisor di Kedrion Biopharma, ha precisato: sappiamo che il giro d’affari intorno al plasma oscilla tra gli 8 e i 25 miliardi di dollari, anche se sono numeri che ci fanno girare la testa non dobbiamo mai perdere di vista il paziente e la sua sicurezza”.

Sulla questione pubblico-privato, e quindi sulla lavorazione del plasma in conto terzi da parte delle case farmaceutiche si è sviluppata la tavola rotonda di fine mattinata, sulla scia delle dichiarazioni di diversi relatori che hanno ricordato come la lavorazione in conto terzi abbia un elemento fondamentale in Italia unico e da salvaguardare: il plasma lavorato in Italia resta di proprietà pubblica. Paul Strenger ha chiesto la possibilità di fare una domanda complessa: è possibile pensare che il lavoro della società farmaceutica Kedrion Biopharma in Italia venga utilizzato come esempio di confronto? A rispondere Danilo Medica, Italy country manager della società farmaceutica e Claudio Velati, ex presidente della società italiana di medicina trasfusionale e immunoematologia.

“In passato sono stati fatti studi di comparazione tra modelli italiani e realtà estere –  ha ricordato Medica. E ha aggiungento: da sempre siamo vicini al sistema sangue ma è difficile confrontare l’efficienza dell’industria con quella del sistema sanitario pubblico. Ci piace una sfida di questo tipo e siamo disponibili al confronto per trasferire best practice. Del resto conoscenza ed esperienza le abbiamo già maturate”. A fargli eco Velati che ha ricordato lo studio fatto rispetto alla Germania. “Le differenze non erano significative e toccavano tre aspetti: il numero di apparecchiature, gli orari di apertura per la raccolta e il personale utilizzato – ha spiegato. Ed ha aggiunto: in Germania c’erano circa 1200 macchinari, contro i 1000 in Italia, gli orari di apertura ai donatori erano più flessibili dei nostri e quindi si poteva massimizzare l’uso delle apparecchiature; il personale è diverso soprattutto nelle tipologie. Voglio ricordare – ha ribadito Velati – che in Italia ogni donatore deve incontrare un medico prima di donare e questo significa che c’è un controllo forte sul donatore. Inoltre, se il centro resta aperto per dodici ore, ci vorranno medici che coprano i turni di dodici ore. Si tratta di una particolarità tutta italiana da difendere”.

PAZIENTI E VOLONTARI, I VERI PROTAGONISTI DELLA DONAZIONE

Dopo tanti numeri, strategie, statistiche e parole della scienza, è venuto il momento più sincero del fronte della donazione con le parole del cuore raccontate da pazienti e donatori, i veri protagonisti del mondo che ruota intorno a una goccia di sangue.

Beppe, giornalista, fotografo, paziente. “Mio figlio ha smesso di donare plasma perché vive in Germania e lì il plasma si vende. Ho sentito tante altre cose durante questo convengo, qualcuna mi ha confortato qualcuna mi ha fatto male. Ho sentito parlare di mercato e queste cose fanno male. Anche la nostra storia ci fa male, ci sono compagni di strada che non ci sono più e a loro va il mio ricordo”.

Francesca, donatrice dell’Avis. “Ho cominciato a fare il volontariato da quando avevo 16 anni e non potevo donare. Ora sono una volontaria e sono una donatrice perché faccio qualcosa per gli altri. Qui in Italia siamo un’isola felice, ho conosciuto contesti esteri di Paesi in via di sviluppo dove il sangue è difficile da trovare. Siamo fortunati ma anche responsabili di quello che possiamo fare. La donazione è un momento intimo e bellissimo”.

Gildo, paziente. “Ero un donatore, tanti anni fa, e avevo iniziato a donare dopo un grave incidente di un amico. Poi è arrivato il “mostro”, ho lottato e adesso sto meglio. Io ho ricevuto e ora sto bene. Non finirò mai di ringraziare il mio donatore che ho conosciuto in Sicilia dopo averlo cercato per un anno e mezzo. Lo ho abbracciato, mi ha ridato la vita. Quello che si prova dentro è difficile da spiegare”.

Christian, donatore e membro Fratres: “Vivo la gioia del dono. Sento la necessità di chi sta male e che non può donare. Forse non si può cambiare il mondo ma si può cambiare il destino della gente”.

Andrea, paziente, iscritto all’associazione United. “Dipendo dalle trasfusioni, ho iniziato da piccolino. Avevano detto alla mia mamma che non sarei arrivato a 10 anni, ora sono a quasi 50 e faccio una vita normale. Grazie a tutti i donatori”.

Serena, grafica, moglie, madre, donatrice Fidas. “Ho donato la prima volta per mio zio e da quel momento non ho smesso più di farlo. Ho formato il gruppo di donatori nella scuola dei miei figli e ne sono fiera. La donazione cambia la vita di chi riceve ma anche di chi dona”.

Alessandro, paziente. “Tutti noi pazienti abbiamo respirato vero amore che è quello che conta. Fino a 40 anni ho giocato a calcio e dopo un infortunio ho scoperto la malattia. Ora vivo grazie alla donazione di sangue da parte degli altri. Grazie”.

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