Testimone di Geova rifiuta la trasfusione e muore
Medici, pazienti e donatori sul caso di Caserta

2019-10-01T16:53:05+00:00 1 Ottobre 2019|Attualità|
di Emiliano Magistri

Morire a causa dell’anemia generata da una gastrite, quando sarebbe stata sufficiente una trasfusione di sangue. Trasfusione a cui, proprio la paziente in questione, rifiuta di sottoporsi perché Testimone di Geova e la sua confessione non prevede la possibilità di ricevere cure con emoderivati.

Il caso di Piedimonte Matese, un piccolo centro in provincia di Caserta, apre un confronto delicato, ma allo stesso tempo acceso, tra i vari attori che ruotano intorno a questa vicenda: dalla Congregazione religiosa ai medici, passando per i donatori e i pazienti, coloro cioè che grazie a quelle sacche riescono a curarsi e vivere, sono diverse le reazioni a un fatto che, seppur di cronaca, supera inevitabilmente il confine della medicina, per fare i conti con il proprio credo, nel più classico dei binomi che da sempre affliggono l’uomo: quello tra scienza e fede. Il caso della signora ricoverata nell’ospedale campano è, tuttavia, solo uno di quelli con cui, quasi quotidianamente, le strutture sanitarie si trovano a dover fare i conti. Nemmeno a farlo apposta, è di pochi giorni fa la notizia di un magistrato di Legnano che ha deciso di togliere provvisoriamente la potestà genitoriale a una coppia di Testimoni di Geova che stavano vietando la trasfusione alla propria figlia di soli 10 mesi, così da permettere ai medici di operare e salvare la vita alla piccola. Ma è giusto arrivare a tanto?

Il post pubblicato su Facebook dal dottor Gianfausto Iarrobino

Il dottor Gianfausto Iarrobino è il primario di Chirurgia generale nell’ospedale di Piedimonte Matese. È lui che, insieme alla sua equipe, ha assistito la signora Testimone di Geova. Ed è sempre lui che, attraverso un post sulla sua pagina Facebook, dopo la morte della signora, ha manifestato rabbia e dispiacere per l’accaduto: “Quello che vorrei fosse chiaro è che per la patologia della paziente non era possibile alcuna terapia alternativa – spiega a DonatoriH24 -. Conosciamo molto bene i protocolli e sappiamo anche quali sono le procedure proposte dalla Congregazione, ma nel caso in questione erano inutili”. Il dottore spiega meglio: “Se la signora fosse stata stabile saremmo potuti intervenire come loro chiedevano, ma l’urgenza e i valori bassi richiedevano maggiore rapidità. È stata ricoverata per tre giorni e abbiamo fatto tutto quello che potevamo, ho più volte insistito affinché accettasse la trasfusione, ci sono stati diversi scontri con i figli della paziente, ma non è servito: abbiamo solo potuto accettare la sua decisione“. Nel frattempo, il direttore generale della struttura ha fissato un incontro con i primari delle singole specialità per “stilare un protocollo interno da seguire in casi come quelli della signora”, conclude Iarrobino.

Se la famiglia della donna, nella figura dei figli, risponde in maniera dura al dottor Iarrobino (in una lettera inviata ad alcuni organi di stampa, in merito a quanto dichiarato dal dottore, scrivono: “Non accettiamo i suoi insulti e le sue affermazioni palesemente false. Dire che noi figli ci saremmo “esaltati” e che avremmo accolto la morte di nostra madre “quasi con gioia” è una grave diffamazione. Riportare fuori dal loro contesto alcune nostre frasi è del tutto scorretto e irrispettoso nei nostri confronti. Paragonare infine la morte di nostra madre a un “suicidio assistito” è semplicemente falso”), la Congregazione dei Testimoni di Geova, fa sapere che aspetterà di vedere “quello che stabiliranno gli inquirenti. Siamo dispiaciuti che il dottore abbia così diffamato la nostra fede – spiega a DonatoriH24 una fonte interna alla Congregazione – dicendo che induciamo le persone al suicidio. Siamo rispettosi delle scelte di tutti, ma vogliamo anche noi essere rispettati. Sarebbe bello se gli ospedali riuscissero a organizzarsi meglio sotto il profilo delle cure alternative, visto che il Pmb (Patient blood management), il protocollo del ministero della Salute, dal 2015, secondo le linee guida dell’Oms (l’Organizzazione mondiale della sanità), impegna i medici a ridurre quanto più possibile il sangue o i suoi emocomponenti e implementare le strategie alternative alle emotrasfusioni nelle operazioni chirurgiche. Tutto questo è venuto fuori – conclude – perché è stato il medico a fare affermazioni inaccettabili, non il contrario: dire a un figlio che è contento che la madre sia morta crediamo sia assurdo”.

Il presidente di United Onlus, Tony Saccà

Ma come vivono pazienti e donatori simili paradossi? “Personalmente, per quanto io rispetti le scelte degli altri, provo molta rabbia a leggere casi di questo tipo – spiega a DonatoriH24 Tony Saccà, presidente di United Onlus e paziente talassemico -. La terapia trasfusionale è un salvavita e, al di là della religione, non capisco perché debba essere considerata diversa dalle altre. In estate qui in Sicilia c’è stata una forte carenza di sangue che mi ha costretto a ricevere una terapia dimezzata con conseguenti ripercussioni sulla mia salute: ecco, per me è pazzesco che una persona come me debba rischiare di non avere le trasfusioni necessarie per vivere, mentre altri le rifiutano”.

Il presidente di Avis, Gianpietro Briola

“Dal punto di vista personale e religioso è una scelta rispettabile, seppur non condivisibile – dichiara il presidente di Avis, Gianpietro Briola -. Il donatore agisce sapendo che il rispetto della vita è la prima cosa: trasfondere sangue per consentire a una persona di restare in vita va oltre l’interpretazione della Sacra Scrittura. Come medico rimango molto turbato di fronte a queste scelte, perché il mio compito è quello di offrire la possibilità di mantenere la vita e la buona qualità di essa”.