Malattie infettive emergenti e donazioni
Ecco come evitare le carenze di sangue

2019-04-19T13:44:56+00:00 20 Aprile 2019|Primo Piano|
di Emiliano Magistri

Focolai di malattie infettive emergenti che possono mettere a rischio le scorte di sangue, interrompendo addirittura le donazioni, così da evitare contagi durante le trasfusioni. È l’eventualità a cui potrebbe doversi preparare il sistema sangue italiano, così come quello degli altri paesi europei.

Il tema è stato al centro del meeting organizzato a Roma, nell’Istituto superiore di sanità, dall’Ecdc (il Centro europeo per il controllo delle malattie) e dal Centro nazionale sangue, a cui hanno partecipato rappresentati europei e statunitensi. Tra le cause di questo potenziale pericolo di cui si è discusso, ci sono i cambiamenti climatici che, ormai da tempo, stanno aumentando costantemente il rischio di arrivo di patogeni esotici portati dagli insetti che, fino a qualche anno fa, erano inesistenti nel nostro continente. Il pensiero è andato immediatamente all’epidemia di Chikungunya per la quale, nel 2017, anno in cui si sviluppò, non era ancora disponibile un test ad hoc per qualificare biologicamente il sangue donato. Come difendersi allora?

Le cosiddette tecniche di “riduzione dei patogeni“, quelle cioè che sconfiggono i possibili contaminanti prima che vengano utilizzati i prodotti del sangue, rappresentano le strategie, al momento, più praticabili. Come è stato evidenziato nel corso della conferenza “Pathogen Inactivation of blood and blood components”, questo tipo di tecnologia sarà applicabile alla quasi totalità dei prodotti del sangue. Il modus operandi migliore, come ha sottolineato Dragoslav Domanovic dell’Ecdc, “è quello di condividere immediatamente, con la nostra organizzazione e gli altri stati, i nuovi casi che vengono diagnosticati, così da poter studiare insieme una strategia da adottare. Questo vale in particolare per le malattie per cui ancora non sono stati sviluppati test diagnostici specifici, ecco perché le tecniche di riduzione dei patogeni potrebbero ridurre il rischio che sangue ed emoderivati destinati ai pazienti siano contaminati“. E l’Italia a che punto è in tal senso?

Secondo il direttore del Centro nazionale sangue, Giancarlo Maria Liumbruno, “possiamo attuare queste tecniche solo in alcune regioni. Fino a oggi, i focolai di malattie emergenti sono stati contenuti senza comportare conseguenze sulle scorte di sangue: occorre studiare un piano di interazione tra le regioni che hanno a disposizione queste tecniche di riduzioni e la rete trasfusionale nazionale“.